Le vesti liturgiche - Parrocchia Santo Sepolcro Bagheria

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Le vesti liturgiche

Liturgia

Le vesti liturgiche, come tutti gli altri segni, nelle celebrazioni possono divenire elementi che oscurano e nascondono anziché rivelare, come è loro finalità; queste, se indossate dai vari ministri fuori da certi contesti particolari, per la loro preziosità, per la loro ricchezza di ricami, che ricordano la cultura dei secoli scorsi, potrebbero non essere richiamo alla gloria di Dio, ma soltanto ostentazione di umana vanità. Per contro però, la sciatteria, la trasandatezza, come la vanità, sono distruttive per ogni segno; pertanto la soluzione non sta nell’eliminazione dei segni, ma nel farne un uso equilibrato. Nella liturgia la veste ha sempre avuto un’importanza relativa, infatti nei primi quattro secoli della Chiesa non sembra che i ministri del culto cristiano indossassero vesti particolari durante le celebrazioni perché erano coscienti che l’essenziale non era nell’esteriorità, ma nell’essere interiormente rivestiti di Cristo. In quel tempo, infatti, c’era la consapevolezza di quel comune e nuovo sacerdozio che in forza del battesimo ci unisce al Corpo di Cristo, unico e vero sommo sacerdote della Nuova Alleanza (Eb 4,14), pertanto non c’era alcun bisogno di evidenziare la diversità dei ruoli, la distinzione era visibile per il luogo e il posto che i ministri sacri occupavano nell’assemblea e il ruolo che essi svolgevano . Probabilmente, però, alla radice di queste decisioni c’era un atteggiamento polemico verso il sacerdozio dell’Antica Alleanza che in Israele aveva dato origine ad una casta che aveva fatto dei segni liturgici uno strumento di potere. Non possiamo non ricordare le invettive di Gesù contro quei farisei che allargano i loro filatteri e allungano le loro frange ... per essere ammirati dagli uomini (Mt 23,5).
Papa Celestino I (422-432), scrivendo ai vescovi della Gallia del Sud, si lamentava che alcuni preti avevano cominciato ad indossare vanitosamente abiti speciali per celebrare l’Eucaristia: Dobbiamo distinguerci dagli altri per la dottrina, non per il vestito; per la condotta non per l’abito; per la purezza di mente, non per l’ornamento esteriore.
Pur nella consapevolezza che l’abito, come tutti i segni esteriori, è assai secondario nel culto cristiano, è necessario riconoscere che esso appartiene a quel complesso di importanti segni convenzionali che affondano le loro radici nei primordi dell’umana società. Anche se l’antico proverbio coniato dalla saggezza popolare canta che “l’abito non fa il monaco”, dobbiamo riconoscere che dal modo di vestire di una persona possiamo sempre in qualche modo individuarne il modo di pensare e lo stile di vita; questo spiega la conformità del vestire nei vari gruppi che si richiamano ad un’idea politica o ad un particolare settore sociale. E’ chiaro che l’abito lancia sempre un messaggio ed esprime qualcosa riguardo l’interiorità, il ruolo, la missione di una persona.
Nella Sacra Scrittura, non senza ragione, l’abito diventa uno dei simboli più importanti per esprimere l’interiorità e la missione di alcuni protagonisti; per questo la Bibbia , dopo la rottura con Dio, descrive Adamo ed Eva nudi (Gn 3,7), spogliati della grazia divina che è l’unico vero abito che protegge la persona e le conferisce dignità. Così da quella prima immagine della Genesi, in tutta quanta la Scrittura la veste diventa simbolo della grazia di Dio. Il profeta Ezechiele paragona il popolo d’Israele, privo della grazia divina, ad una ragazza nuda e abbandonata nel deserto che viene da Dio lavata, unta con l’olio, ricoperta con abiti ricamati e adorna di gioielli (Ez 16). In queste immagini sono certamente preannunciati i riti della vestizione dell’abito bianco battesimale, e dell’abito nuziale per celebrare le nozze con Dio, che costituiscono la radice simbolica ad ogni altra veste liturgica o rituale, che diventa fondamentalmente segno di grazia ricevuta e dell’alleanza sancita per mezzo di Cristo. Cosicché, per contrasto, vestirsi di sacco e cospargersi di cenere diventa nella Chiesa, come nel mondo dell’Antica Alleanza, segno della consapevolezza del proprio peccato, infatti così si vestivano i pubblici penitenti nei primi secoli fino all’Alto Medioevo prima di ricevere la solenne riconciliazione con Dio.
In ogni cultura la veste è stata sempre segno che esprime una realtà interiore o il ruolo che alcuni hanno nei confronti degli altri; da questo, che è un dato sociologico, nessuno degli esseri umani, che è inserito in rapporti sociali, è totalmente assente. Nel libro dei Numeri Mosè trasferisce i poteri sacerdotali da Aronne, suo fratello, al figlio di questi, Aleazaro, spogliando il primo e rivestendo il secondo con gli stessi abiti (Nm 20,28); Elia trasferisce la missione profetica ad Eliseo ricoprendolo col suo mantello (1Re 19,19).
Ora, se Gesù relativizza queste forme di esteriorità, e ci esorta a curare l’interiorità, noi che viviamo nel regime dei segni e vediamo le realtà come in uno specchio (1Cor 13,12) - anche se non in modo assoluto - abbiamo bisogno in via ordinaria di questi segni per poter esprimere un culto pienamente umano, incarnato, capace di significare al massimo ciò che il rito intende comunicare. E’ quindi sotto questa luce che dobbiamo considerare le vesti liturgiche; esse non devono diventare né segni di potere, né segni di vanità, bensì segni di servizio. Purtroppo, come tutte le altre espressioni umane e come tutti gli altri segni liturgici, le vesti possono ridursi a segni di potere e non di servizio; Paolo VI decise di abbandonare la cerimonia dell’incoronazione con la tiara, in uso già dal XIV sec., perché questa era divenuta il segno del potere temporale. Ancora oggi le vesti liturgiche corrono il rischio di essere condizionate dalla vanità, nonostante l’invito di Paolo VI nel 1968 a semplificare i riti e le insegne pontificali che riguardano le celebrazioni dei vescovi. Lo scopo delle vesti liturgiche per i ministri ordinati, come tutti gli altri abiti rituali per i ministri istituiti e per i laici, compresi gli abiti di prima comunione e da sposa, hanno soprattutto uno scopo simbolico: esprimere una realtà interiore e un servizio ecclesiale. Non deve esserci spazio nella liturgia per l’ostentazione vanitosa; la semplicità e la chiarezza del simbolo non sono affatto in contrasto con la bellezza e il decoro; anzi i due aspetti si fondono magnificamente perché nella liturgia “il veramente bello e dignitoso è ciò che è profondamente vero”. Le vesti liturgiche non servono a riparare il corpo dal freddo, tanto meno per dare sfogo all’umana vanità, ma devono diventare segno di una realtà interiore, di una missione, di un servizio. Come tutti gli altri segni liturgici, anche le vesti hanno origini umane, così, per soddisfare qualche giustificato interrogativo è assai utile andare alle origini di alcune vesti liturgiche che continuamente vengono indossate nelle celebrazioni.

L’AMITTO

L’amitto, che nell’uso romano odierno i ministri sacri mettono sulle spalle ed attorno al collo prima di indossare il camice, e che appartiene, insieme a quest’ultimo, al cingolo e alla cotta, al gruppo delle sottovesti liturgiche, non ebbe questo nome prima del IX sec..Gli antichi Ordines romani dall’VIII al XII sec., lo chiamavano anagolaium o anagolagium, cioè mantelletto e pensavano che derivasse dallo scapolare col quale i monaci stringevano la tunica intorno al corpo per avere libero l’esercizio delle braccia; più tardi, specialmente in Germania, dopo l’XI sec. ebbe anche il nome di “umerale”.



IL CAMICE

La tunica bianca, entrata nell’uso liturgico, è la prima veste “comune a tutti i ministri di qualsiasi grado”; non poteva essere diversamente in quanto il camice deriva direttamente dalla tunica, cioè dall’abito inferiore comune a tutti gli uomini dell’antico impero romano. Era generalmente di filo bianco o comunque di colore chiaro, ornata spesso da due semplici galloni purpurei che scendevano paralleli sul davanti e sul dorso; in casa si lasciava sciolta, in pubblico veniva stretta alla vita con una cintura in modo che restasse un po' sollevata sul davanti per non ostacolare il passo.
Nel 398 il concilio di Cartagine stabilì che il diacono indossasse la tunica solamente nel tempo dell’oblazione o delle lezioni. Questo indumento inferiore, che veniva indossato pure subito dopo l’immersione battesimale, assumeva verso la fine del IV sec. un significato altamente simbolico, come appare ancora oggi nel rito battesimale.
Papa Leone IV nell’830 prescrisse per le funzioni sacre un camice diverso dall’ordinario; così quando i civili cessarono di portare la tunica, questa fu conservata nella liturgia e divenne indumento sacro. E’ questo l’indumento che, anche quando vennero cambiate le vesti liturgiche, per rispetto alla tradizione, il ministro sacro continuò ad indossare, diventando così sempre più segno distintivo e simbolico all’interno del culto.
Nell’XI sec., in un contesto molto sensibile all’allegoria e alla rappresentazione, la tunica, chiamata anche alba proprio per il suo colore bianco, cominciò ad essere sempre più ornata di ricami figurativi. Nell’Ordo Romanus I la tunica di lino è già certamente una veste liturgica; a partire dai secoli XII-XIII il camice è riservato ai ministri ordinati in sacris.
Dopo il XV sec., col diffondersi dell’industria del merletto, il camice (dal latino camisia, termine usato per indicare l’alba) perde il suo aspetto originario e si trasforma in un prezioso indumento di pizzo che, ovviamente, non ha alcun richiamo battesimale.
Quasi tutte le considerazioni dei liturgisti medievali sono concordi nell’affermare che il camice è il simbolo della purezza; il candore di questa veste rappresenta, dunque, Cristo e la sua Trasfigurazione sul monte Tabor. Le preghiere medievali - che venivano recitate quando si indossava il camice - lo presentano “ora come la veste di salute corazza di fortezza, ora come il simbolo della santa letizia e della rettitudine soprannaturale, cioè dello stato di grazia”. La preghiera che il ministro sacro recitava, e che risale al X sec. ricorda proprio la purezza del cuore: “Purificami, o Signore, e monda il mio cuore, affinché purificato nel sangue dell’Agnello io meriti di godere l’allegrezza sempiterna”.
Oggi “La veste sacra comune a tutti i ministri di qualsiasi grado è il camice, stretto ai fianchi dal cingolo, a meno che non sia fatto in modo da aderire al corpo anche senza cingolo. Se il camice non copre pienamente attorno al corpo l’abito comune, prima di indossarlo si deve mettere l’amitto” (PNMR 298).


IL CINGOLO

Presso i Romani il cingulum era un accessorio quasi indispensabile per la tunica, quindi dall’uso profano di una cintura per tenere fissa intorno ai fianchi la tunica, è sorto l’indumento sacro in forma di cordone, con due fiocchi all’estremità che serve a stringere il camice. I primi accenni al cingolo si hanno nella lettera di papa Celestino I nel 430 ai vescovi di Narbona e Vienna nelle Gallie; secondo quanto ci fa sapere san Germano di Parigi, nella chiesa gallicana non veniva usato dai chierici minori. Poi i monaci, memori della parola del Signore: “Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà” (Is 11,5), ritennero incompatibile per il loro stato la tunica discinta, e concorsero così a generalizzare l’uso del cingolo. Dalla semplice cintura di cuoio o di corda dei monaci si passò nella liturgia alla fascia di seta riccamente ornata con motivi ornamentali di fiori o di animali, talvolta con applicazioni di pietre preziose e di ricami con lamine in oro argento, specialmente nel medioevo. Di cingoli-cordoni non si parla che assai raramente, essi divennero comuni soltanto dopo il XV sec., successivamente si passò alla semplicità primitiva e, eliminata la fascia, si riprese il cordone. La Chiesa non ha determinato né il colore né la forma del cingolo; se ne possono fare quindi di seta, di lino, di lana, di cotone; il loro colore può essere sempre bianco oppure seguire quello della liturgia. Vario ne è il significato simbolico, però quasi tutti gli studiosi di liturgia convengono nel ritenerlo il simbolo della castità, come indica la preghiera liturgica che il ministro sacro recitava quando lo cingeva: “Cingimi, o Signore, col cingolo della fede, e i miei lombi con la virtù della castità, e distruggi in essi ogni appetito carnale, perché resti in me il vigore di tutta la castità” .





LA COTTA



Nel XVI sec., con l’avvento e la diffusione dell’abito talare, come veste quotidiana dei ministri ordinati, si diffonde l’uso di quella “tunica” accorciata che è la cotta. Le origini di questa veste liturgica bianca, “che simboleggia la castità e ammonisce chi la porta a tenere ogni giorno una condotta senza macchia”, vanno cercate nei Paesi nordici, dove chierici e monaci usavano una mantella di pelliccia per ripararsi dal freddo durante le celebrazioni; da qui il termine super-pelliceo che troviamo nei vecchi testi prima del Concilio Vaticano II per indicare proprio il “camice corto”. Questo spiega perché dopo la riforma liturgica postconciliare l’uso della cotta sia assai ridotto a favore del camice. La cotta può sostituire il camice, “non però quando si indossano la casula o la dalmatica, né quando si usa la stola al posto della casula e della dalmatica” (PNMR 298).


LA STOLA


La stola è sicuramente l’abbigliamento che attira l’attenzione dei fedeli per la diversità di come si indossa; infatti per il vescovo e i presbiteri gira attorno al collo e scende davanti, diritta mentre per i diaconi poggia sulla spalla sinistra e, passando trasversalmente davanti al petto, si raccoglie sul fianco destro (PNMR 302). Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un elemento che faceva parte dell’antico e comune abbigliamento e che solo successivamente ha assunto una dimensione simbolica all’interno del culto cristiano. Le origini della stola non sono molto chiare, tanto che il simbolismo medievale al riguardo si è sviluppato con particolare fantasia. Questa insegna liturgica, riservata ai ministri ordinati, è chiamata stola verso la fine del VII secolo, prima si chiamava orarium (dal latino os = bocca). In origine si trattava infatti di un panno fine che le persone di un certo rango portavano al collo come una sciarpa per tergersi la bocca e asciugarsi il sudore dal volto, quindi si può immaginare per quali motivi pratici sia entrato nel culto liturgico. Comunque sia ben presto assunse un significato diverso da quello originale, soprattutto a causa del suo nome interpretato in relazione alla preghiera (orare = pregare) e alla predicazione. Questo spiega perché la stola diventa insegna riservata ai ministri ordinati e quindi qualificati per la predicazione. Il diverso modo di portare la stola da parte dei diaconi sembra essere stato determinato dalla più antica prassi comune di portare generalmente questo sudarium sulla spalla sinistra.
In Oriente tale oggetto venne ben presto interpretato per i diaconi come segno del loro servizio. Così infatti in un testo di Isidoro da Pelusio (+440) si legge che la stola “con la quale i diaconi fanno il loro servizio nei sacri ministeri, rammenta l’umiltà del Signore quando lavò e asciugò i piedi ai suoi discepoli”. Al di là delle sue origini non sempre chiare, è un fatto che la stola sia diventata l’insegna qualificante dei ministri ordinati al punto che le norme per la celebrazione eucaristica recitano che la stola è sempre necessaria sia per il sacerdote che per il diacono (Cfr. PNMR 81).


LA DALMATICA



La dalmatica è una veste originaria della Dalmazia, dal II sec. entra nell’uso dei Romani d’ogni parte dell’Impero, soprattutto nell’Oriente e nell’Africa. Questo abito di lusso, riservato agli imperatori, ai nobili e alle classi più elevate dei romani, che era tessuto di lino o di lana, spesso anche di seta bianca, ornato con due strisce, chiamate claves, più o meno lunghe secondo la dignità della persona che l’indossava, e da dischi o segmenta, ambedue di colore porpora, consisteva in una lunga veste che arrivava fino a sotto i ginocchi con larghe maniche scendenti fino al polso, si indossava sopra la tunica aderente al corpo; su di essa poteva portarsi anche il mantello.
Nel III sec. la veste era portata dai vescovi anche nella vita civile; infatti sappiamo dagli Atti del Martirio di Cipriano che il santo Martire, giunto sul luogo dell’esecuzione, si spogliò della lacerna, poi della dalmatica, rimanendo con la linea”  ci si presenta, però, la prima volta come veste liturgica in un affresco del III sec. nelle catacombe di Priscilla, rappresentante la consacrazione di una vergine compiuta da un vescovo (forse il Papa stesso) vestito di dalmatica e penula.
Nel IV sec. papa Silvestro (314 - 335), secondo il Liber Pontificalis, concesse ai diaconi romani l’uso della dalmatica come distintivo d’onore, per distinguerli dal clero a motivo degli speciali rapporti che essi avevano col Papa  La notizia è confermata dall’autore romano delle Quaestiones Veteris et Novi Testamenti, che, verso l’anno 370, scrive: Hodie diaconi dalmaticis induuntur sicut episcopi; ciò prova che la Chiesa romana riteneva l’uso della dalmatica come un privilegio suo proprio e che soltanto il Papa potesse conferirla.

Dal V sec., circa, è stata usata come veste liturgica , come ci testimoniano le numerose pitture delle catacombe, dei mosaici e degli affreschi dell’alto medioevo, la dalmatica aveva l’aspetto di una lunga tunica bianca adorna, lungo i bordi del collo, del fondo e delle maniche con fregi e ricami. Del suo uso antico ci parlano gli scrittori, però non ci è dato riconoscere con precisione di chi fu propria. L’opinione più comune è che la dalmatica fosse veste propria dei sommi pontefici e da essi concessa ai diaconi di Roma solamente per le solennità. Come si vede nei mosaici nel V sec. la dalmatica si portava a Milano e nel VI sec. a Ravenna. Il papa Simmaco (498-514) la concesse ai diaconi di Arles e nel 599 san Gregorio Magno (590-604) all’arcidiacono della chiesa di Gap e dispose inoltre che venisse usata nella Liturgia delle Ore; Stefano II (725-757) accorda a Furaldo, abate di san Dionigi di Parigi di essere assistito alla messa da sei diaconi vestiti di dalmatica. I vescovi il Giovedì Santo, durante il rito della lavanda dei piedi, depongono la casula e rimangono in dalmatica, cioè nell’abito che è segno di servizio e di carità. Con lo stabilirsi della liturgia romana in Gallia al tempo dei Carolingi, la dalmatica diventa abbastanza comune, quantunque i Papi continuassero a concederla come privilegio. Walfrido Strabone (+849) attesta che al suo tempo la portavano, non solo i vescovi e i diaconi, ma anche i semplici sacerdoti sotto la casula. A questo abuso però la Santa Sede resistette, ma prima ancora del XII sec., la concesse ai Cardinali preti, agli abati e ad altri prelati.
Dal XII sec. la dalmatica è de iure la veste propria dei diaconi che la ricevono nell’ordinazione e la portano come veste superiore e dei vescovi e di alcuni prelati che la indossano sotto la pianeta. Nello stesso periodo la dalmatica seguì il colore degli altri paramenti sacri e nello stesso tempo scomparvero i clavi che non avevano più senso, quando fu abbandonato l’uso esclusivo del bianco. In alcune diocesi fuori Italia, già dal IX sec. si cominciò ad accorciare la dalmatica fino ai ginocchi, comprese le maniche fino al gomito. Più tardi, per la speditezza dei movimenti, la dalmatica fu aperta sui fianchi e ampliata nella parte inferiore lasciando tuttavia le due parti congiunte fino all’anca.
Nel sec. XVI, per poterla più facilmente indossare, fu un po’ aperta sopra le spalle e, per chiudere i due lati, furono introdotti dei cordoni con i fiocchi, spesso duplicati o triplicati, pendenti sul dorso. Le antiche dalmatiche erano originariamente fatte di lana o di lino, più tardi vennero usate quelle di seta. Il colore si mantenne bianco per lungo tempo, forse fino a tutto l’XI sec.; bianca è la dalmatica che indossa il diacono in una miniatura del Tropario di Prum del sec. X. Ugone di san Vittore (+1141) è il primo a far menzione di una dalmatica vescovile color giacinto; però sul fondo chiaro della veste, conforme all’antica moda profana, si usò da principio applicare due clavi purpurei, che a modo di fascia scendevano paralleli davanti e di dietro per tutta la lunghezza della dalmatica e giravano attorno alle maniche. Rabano Mauro così la descrive: Est vestis in modum crucis facta et passionis Domini indicium est. Habet quoque et purpureos tramites a summo usque ad ima, ante ac retro descentes, necnon, per utramque manicam. I rossi clavi, attestati ancora da Innocenzo III (+1216), scomparvero quando la dalmatica partecipò ai vari colori della casula, ma furono sostituiti con fasce ricamate e, dopo il sec. XV, con altre bande orizzontali applicate in vario numero. I fiocchi, che si appendono alla dalmatica sulle spalle, non derivano dalle frange che, già al tempo di Amalario, ne ornavano l’orlo inferiore, ma sono probabilmente uno sviluppo ornamentale dei legacci con cui si chiudeva l’apertura del capo.
Oggi, nelle celebrazioni solenni, la “veste propria del diacono è la dalmatica, da indossarsi sopra il camice e la stola” (PNMR 300).


LA TUNICELLA


la tunicella si presenta come una dalmatica: è costituita da un rettangolo di stoffa, con un foro al centro per la testa, che ricade davanti e dietro. Ha una forma squadrata e ai lati vi sono dei lacci. Quando questo paramento è indossato da un diacono si chiama dalmatica, quando è indossato da un suddiacono si chiama tunicella. In origine erano diverse, la dalmatica era una veste per alti dignitari, la tunicella (letteralmente "piccola tunica") era più modesta, ma ora sono divenuti uguali. Nelle messe solenni il prete indossa la casula o pianeta, il diacono la dalmatica, il suddiacono la tunicella, l'arcidiacono (solo nei pontificali) il piviale. Il vescovo (ad indicare la pienezza del sacerdozio) nei pontificali indossa sotto la casula o pianeta sia la dalmatica che la tunicella.
La tunicellae come gli altri paramenti può essere dei vari colori liturgici (viola, rosso, verde, bianco, nero o rosa), in genere tessuto prezioso, e ornata con ricami.



IL PIVIALE


Il piviale (detto anche pluviale, cappa, mantus) è un paramento liturgico utilizzato nella Chiesa cattolica,  e nella Chiesa Anglicana.
Viene utilizzato, nei vari colori liturgici, in molte azioni liturgiche, eccettuata la Messa. Lo si indossa dopo la stola sopra la cotta o sopra il camice. Il piviale è un manto liturgico lungo quasi fino ai piedi, aperto sul davanti e fermato sul petto con un fermaglio; disteso esso ha la forma di un semicerchio con il raggio da 1 metro e 40 a 1 metro e 60 centimetri.
La parte posteriore è ornata dal cosiddetto "scudo" fermato con bottoni o nastri (è quanto rimane di un antico cappuccio).
Il piviale viene indossato di norma nelle varie funzioni solenni al di fuori della messa (in questo specifico caso il celebrante indossa la pianeta o la casula), e in particolare:

•durante le processioni (es. la processione del Corpus Domini)
•per la benedizione eucaristica
•ai Vespri e alle Lodi solenni
•dal Papa, per le celebrazioni dei Vespri e per i Concistori per la creazione di nuovi cardinali
•nell'uso di alcuni capitoli cattedrali, dall'arcidiacono durante la messa pontificale. Prima della riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II il piviale non era un paramento proprio soltanto di preti e vescovi, poiché veniva utilizzato anche dal clero minore o da altri ministri, per es. dai salmisti che intonavano l'inizio dei salmi durante la celebrazione dei Vespri.

La pianeta è il paramento liturgico usato dal presbitero per presiedere la celebrazione eucaristica.
La pianeta era originalmente una veste  ampia, con un'apertura tonda per la testa, che avvolgeva la persona del sacerdote durante la celebrazione della messa.
















La mitria è un copricapo di forma allungata e bicuspidata usato dai vescovi della Chiesa cattolica e di alcune altre confessioni cristiane durante le celebrazioni liturgiche.
















Il pallio (derivato dal latino pallium, mantello di lana) è un paramento liturgico usato nella Chiesa cattolica, costituito da una striscia di stoffa di lana bianca avvolta sulle spalle. Rappresenta la pecora che il pastore porta sulle sue spalle come il Cristo ed è pertanto simbolo del compito pastorale di chi lo indossa











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